martedì 29 gennaio 2008

Rosario Assunto - Cultura degli alberi e cultura dello spazio (prima parte)

Questo testo di Rosario Assunto , filosofo ed estetico del paesaggio scomparso ormai da diversi anni, estratto dall'articolo “Cultura degli Alberi e cultura dello spazio”uscito sul libro “Alberate a Roma” Istituto Quasar Roma 1990 rappresenta a tutti gli effetti un manifesto : il manifesto della cultura dell'albero, leggetelo attentamente...

…A questo punto, sarebbe facile voltare il discorso in politica. Ma non ho alcuna intenzione di farlo. Prima di tutto, perché nessuna parte è senza peccato; poi, e principalmente, perché la politica urbanizzatrice e motorizzatrice, muovesse da destra o da sinistra o dal centro, era l’epifenomeno di una cultura : giacché la cultura condiziona la politica , e non viceversa come per troppo tempo s’è creduto. Se la politica , ogni politica, a cominciare dalla metà di questo secolo, impose, o quanto meno consentì, che si abbattessero alberi e si devastassero giardini….quegli abbattimenti, e quelle devastazioni, anzi i programmi che, in un modo o nell’altro, li resero necessari, avevano pure quella che con termine leibniziano mi piace chiamare la loro ragione sufficiente. E questa ragione sufficiente si identifica nella cultura dello spazio di cui a questo punto dobbiamo investigare i connotati, accertandone l’opposizione alla cultura che diciamo degli alberi. Cominceremo allora col sottolineare come la cultura dello spazio sia una cultura orizzontale ed estensiva, mentre la cultura degli alberi è verticale ed intensiva. E non si tratta di due riferimenti, diciamo così, topologici : Nel senso in cui le nominiamo adesso , verticalità e orizzontalità, in quanto attributi di due culture fra loro in guerra, definiscono due idee dell’uomo e, di conseguenza, due opposte modalità del nostro stare al mondo, del nostro comportamento nei confronti del mondo.
Diremo,allora, l’uomo verticale e l’uomo orizzontale. Uomo dello spazio, quest’ultimo, mentre il primo possiamo chiamarlo uomo dell’albero. Ma perché uomo dell’albero?
Figuralmente, l’albero è, appunto, verticale. Si alza dalla terra verso il cielo. E’ un individuo, sia pure appartenente, come tutti gli individui, ad una specie, ad una famiglia. Come l’albero ha le sue radici nella profondità della terra, così come l’uomo verticale emerge dalle profondità del passato, suo e di tutti (chi non ricorda Thomas Mann, profondo è il pozzo del passato ?). E come l’albero dei succhi della terra, così l’uomo verticale si nutrisce della memoria: memoria di sé come individuo e memoria degli altri, degli individui pari a lui. Memoria di ognuno che a tutti si comunica come parola. Ma anche memoria di tutti: la memoria storica che di sé sostanzia le tradizioni, e plasma l’immagine dei luoghi come luoghi individuati : che non sono semplici punti nello spazio. Luoghi pur essi verticali: come l’uomo che nella loro immagine si riconosce. E l’albero si alza verso il cielo, nel cielo protende i suoi rami, qualificando il luogo in cui sorge, non diversamente da come lo qualifica una torre, un campanile. Individualizza lo spazio, nel senso che non possono darsi al mondo due luoghi che siano fra loro identici. Esattamente come nel famosissimo argomento antiempirista di Leibniz : il quale più volte scrisse non potere esservi al mondo due foglie identiche, nemmeno tra quelle cresciute nello stesso ramo di una medesima pianta. E nemmeno due gocce di liquido, due scheggie di pietra che siano identiche fra loro.
Gli alberi, allora , proprio in quanto sono individui, non possono essere prodotti in serie. L’albero è la negazione dello standard. Lo standard è quantità pura, molteplicità degli identici. Gli alberi, siano essi filari ai bordi di una strada, oppure in coltivazione, persino nel fitto di una selva, sono molteplicità in se stessa diversa, quantità qualificata – e sarebbe meglio dire: qualità moltiplicata. E questa qualità moltiplicata sono gli individui non omologati nello standard o agglomerati nella massa : che sono, lo standard e la massa, i due aspetti, antagonistici ma correlativi, due facce della medesima medaglia, della condizione a cui l’uomo è stato retrocesso da quella che possiamo chiamare la cultura dello spazio, in contrapposizione alla cultura dell’albero.

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