martedì 24 agosto 2010

Biagio il nero e la "pianta" sradicata.
Riceviamo dall'amico degli alberi Silvestro Acampora di Milano questo suo breve racconto dedicato alla piaga della "tratta degli ulivi secolari" un grave fenomeno, ahimè ancora attivo , che in Puglia è stato contenuto grazie alla "Legge regionale 4 giugno 2007 Tutela e valorizzazione degli ulivi monumentali della Puglia promulgata dall'allora presidente della Regione Nichi Vendola. “Cosa diventeranno le vite degli uomini se loro stessi ne distruggono i ricordi e i testimoni viventi” così si chiede Biagio nel racconto e cosa ne sarà di noi ci chiediamo se la cultura degli alberi, abitanti centenari del nostro pianeta, verrà dimenticata e coperta dalla logica del profitto e del guadagno? L'ulivo, Olea europaea, l'albero eterno, quello che torna a nascere attraverso i suoi perpetui polloni, ci ricorda che oltre che all'oggi e alla bramosia del presente fatto di potere e interessi apparteniamo di fatto alla grazia armonica del nostro pianeta, che ci ospita da secoli e che abbiamo chiamato Terra.

"The red tree" 1909 Piet Mondrian
Gemeentemuseum Den Haag, L'Aia
Biagio il nero e "la pianta" sdradicata

Mi chiamo Biagio, il colore della mia pelle e gli anni di guerra passati in Africa mi hanno fatto chiamare dai miei compaesani “il nero”. Nella campagna vicino alla quale vivevo, cresceva un gigantesco albero di olivo, era il più grande di tutti, per tutti i contadini e i commercianti che giravano le campagne per vendere sementi e comprare olio e olive era “la pianta”. Tutti si davano appuntamento sotto la sua chioma per concludere affari, per andare in città a vendere oppure comprare bestiame o solo semplicemente per incontrarsi, sotto i sui rami, in una notte con la luna bassa bassa sull’orizzonte, io diedi il primo bacio a Immacolata, e mio padre si incontrò con Nicola per andare alla prima guerra, Antonietta, la figlia di don Gioacchino, che era il padrone della masseria, si incontrò con Peppone per scappare in America perché lui era povero e non gliel’avrebbero mai fatta sposare. Quando ero piccolo, nelle lunghe sere d’inverno passate vicino al fuoco, mia nonna raccontava le storie della “pianta”, raccontava delle “janare”, le streghe che si riunivano per danzare, oppure dei briganti che si davano appuntamento per organizzare le loro scorribande. La “pianta" era lì da così tanto tempo che i vecchi raccontavano storie di cui era protagonista, sentite dai loro nonni che a loro volta le avevano ascoltate dai loro nonni. Sotto i suoi rami si erano riposati i soldati americani e prima ancora i soldati di Garibaldi, ancora prima si erano fermati i soldati del Re Borbone e prima di loro quelli del Re Federico, ancora prima, si fermarono i Crociati che andavano a combattere nella terra di Gesucristo. Da quando è morta mia moglie Immacolata, sono venuto a vivere da mio figlio Paolo a Padova. In questa città fanno una grande fiera di fiori, piante e macchine agricole così ho chiesto a mia nipote Chiara di portarmi a visitarla. Girando per i piazzali pieni di macchinari e piante da giardino, ci siamo imbattuti in una quantità incredibile di grandi piante di olivo, erano tutte messe in delle specie di contenitori fatti di rete metallica e teli di plastica riempiti di terra, avevano tutti i rami tagliati e i tronchi pieni di ferite, pensavo al perché di tutto questo, com’era possibile ridurre delle piante che dovevano produrre quintali di olive e avere un’ aspetto imponente in quello stato? Cercavo delle risposte nella mia testa, mentre provavo a scoprire di che varietà di olive fossero, alcune sembravano “coratina”, altre “muredda,” e ad un tratto mentre giravo tra quelle piante mutilate che ho riconosciuto il tronco della “pianta”, il solco scavato dal fulmine nel tronco: inconfondibile. L’avrei riconosciuta tra mille altre, come la faccia di mia madre. Allora, ho sentito un tonfo nel petto, le gambe mi sono diventate molli e le lacrime hanno offuscato i miei occhi, anche se orribilmente mutilata la “pianta” svettava ancora su tutte le altre, sul tronco era rimasta attaccata una pianta di felce e il muschio ingiallito indicava ancora il settentrione dell’antica posizione. “Come si fa a ridurre una pianta così?”Quanti soldi avranno guadagnato quelle mani sacrileghe?”Per qualcuno la “pianta “ era diventata una merce qualsiasi, non importavano proprio a nessuno i fatti cui aveva assistito il paesaggio che aveva segnato per così tanto tempo e le storie di cui era unica e silenziosa testimone?” “Cosa diventeranno le vite degli uomini se loro stessi ne distruggono i ricordi e i testimoni viventi” Queste ed altre numerose domande arrivarono di botto nella mia testa. Oggi non ci sono più i focolari ma le nonne raccontano ancora le storie ai nipoti. Chi comprerà la “pianta” per il suo giardino, potrà forse illudersi di possedere un albero vecchio di centinaia di anni ma non potrà mai possederne lo spirito vitale né conoscerne la storia. Mia nipote mi ha detto che forse possiamo cambiare qualcosa, che forse possiamo fare in modo che le vecchie piante o almeno quelle che rimangono in giro per le campagne restino lì per sempre e che le loro storie si possono mettere tutte in un libro in modo da farle conoscere anche a quelli che vivono nelle grandi città, anche a quelli che per pochi soldi le strappano via. Mi ha detto che forse possiamo pagare i proprietari dei grandi alberi di olivo per curarli e farli rimanere lì dove sono per sempre e che se non vogliono farlo, magari si può obbligarli facendo leggi che proteggano i grandi alberi e che vietino la loro vendita. I ragionamenti di mia nipote hanno calmato un po’ la mia collera, mi sono sentito orgoglioso di lei, mi ha fatto conoscere un suo amico, che mi ha detto avrebbe scritto e mandato la storia della pianta a tutti quelli che potevano fermare questo scempio.


Il vecchio Biagio, detto “il nero”.
Silvestro Acampora Milano 19 Febbraio 2007

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