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mercoledì 14 settembre 2011

Omaggio a Primo Levi
"Cuore di legno"
Settembre, si ritorna a scuola e riprendono a pieno ritmo le attività produttive e creative. Ci concentriamo in questo mese, momento di passaggio dalle calde e afose giornate dell’estate alle fresche serate dell’autunno, su una poesia famosa dello scrittore torinese Primo Levi intitolata “Cuore di legno” e dedicata a un albero, l'ippocastano, che proprio in questi giorni di settembre sta manifestando in tutte le città italiane la spettacolare produzione dei suoi frutti : “ricci dalle spine innocue con dentro lucide castagne tànniche.” Cuore di legno” è una poesia pubblicata nel 1984 in “Ad ora incerta” (Gli Elefanti, Garzanti. 13 Euro) una raccolta di sessantatré poesie e dieci traduzioni che coprono un arco di quarant’anni, dal 1943 (quando l’autore si trovava a Crescenzago) al 1984 (quando scriveva sulle pagine culturali del quotidiano torinese «La Stampa»). Così come succede all’ippocastano di Corso Re Umberto, nonostante il suo solido cuore di legno, vi auguriamo, quindi , con questa incantevole poesia di Primo Levi, di tornare a godere il ritorno delle stagioni per uno splendido autunno da vivere sempre dalla parte degli alberi.

Cuore di legno
Il mio vicino di casa è robusto.
E' un ippocastano di Corso Re Umberto;
ha la mia età ma non la dimostra.
Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,
in aprile, di spingere gemme e foglie,
fiori fragili a maggio;
a settembre ricci dalle spine innocue
con dentro lucide castagne tànniche.
E' un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere
emulo del suo bravo fratello di montagna
signore di frutti dolci e di funghi preziosi.
Non vive bene.
Gli calpestano le radici
i tram numero otto e diciannove
ogni cinque minuti; ne rimane intronato
e cresce storto, come se volesse andarsene.
Anno per anno, succhia lenti veleni
dal sottosuolo saturo di metano,
è abbeverato d'orina di cani.
Le rughe del suo sughero sono intasate
dalla polvere settica dei viali;
sotto la scorza pendono crisalidi
morte, che non diventeranno mai farfalle.
Eppure, nel suo torpido cuore di legno
sente e gode il tornare delle stagioni.

Torino- Corso Re Umberto in una foto d'epoca.

mercoledì 16 marzo 2011

Buon Compleanno Italia,
dalla parte degli alberi!

Giovanni Pascoli. San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912

Partecipiamo ai festeggiamenti per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia e al ricordo della data storica del 17 Marzo 1861, con l'ode di Giovanni Pascoli "Al corbezzolo". Una poesia dedicata all'Arbutus unedo, il corbezzolo, l'albero tipico della flora mediterranea che per la sua caratteristica di portare contemporaneamente: fiori bianchi, frutti rossi e foglie verdi e quindi gli stessi della bandiera italiana potrebbe essere (anche nel caso di un prossimo concorso , che stiamo proponendo da diverso tempo su queste pagine, per eleggere l'albero che rappresenta l'Italia) l'albero italico per eccellenza. Nel 2011, l' Anno internazionale delle Foreste facciamo gli auguri quindi alla nostra nazione e ai suoi 12 miliardi gli alberi che ne costituiscono il polmone verde (un dato questo riportato dall'ultimo Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi forestali di Carbonio realizzato dal Corpo Forestale dello Stato con il coordinamento scientifico del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e in collaborazione con il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare) per una festa italiana che sia anche "dalla parte degli alberi".

Al corbezzolo

O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;
e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
ché metti i fiori quando ogni altro al suolo
getta le foglie;
i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;
o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:
il gonfalone che dal lido estrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,
mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardando in cielo roteare stormi
neri di corvi.
Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;
ché allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api:
sciami,
àlbatro, e branchi.
Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare
concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere; che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.
Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il
pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;
ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,
su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.
Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestìo vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;
ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a piè della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;
e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;
e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.
Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.
Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.

giovedì 27 maggio 2010

Lo Sposalizio dell'albero

di Gabriella Sica

Ogni anno nel giorno dell'Otto maggio si svolge a Vetralla, sul Monte Fogliano e nei pressi dell'eremo di Sant'Angelo in provincia di Viterbo, una cerimonia di antica tradizione pagana : lo sposalizio dell'albero. Gabriella Sica, poetessa e scrittrice, nonché amica degli alberi, nata proprio a Viterbo, ha dedicato a questa festa degli alberi che si tramanda da secoli e che ancora oggi ha mantenuto il suo aspetto sacro e suggestivo una sua poesia pubblicata nella raccolta "Poesie familiari" Roma, Fazi, 2001.

Lo sposalizio dell’albero

All’eremo di Sant’Angelo tra i raggi
nel bosco sacro come un duomo aperto
e musica degli uccelli in concerto
due cerri o forse castagni o faggi

si sposano ogni anno a maggio. Ornati
di rose e narcisi e leggiadria
come i fedeli sposi di Tarquinia,
non a due ma a una fede vincolati.

Noi quest'anno ci siamo stati e a questo link potrete avere altre informazioni sulla festa. Quello che segue è invece il link alla pagina Wikipedia di

Gabriella Sica

mercoledì 28 aprile 2010

Le betulle di Alda Merini
Alda Merini (1931-2009)
Riceviamo da una nostra lettrice (o lettore) che si firma justmybabyboy questa bellissima poesia della poetessa italiana Alda Merini scomparsa il 1 Novembre dello scorso anno. Una poesia dedicata agli alberi e ai sogni e intitolata "Tu non sai". L'accompagniamo con l'immagine del bosco di betulle che il pittore Gustav Klimt dipinse nel 1903. Un invito a vivere la primavera degli alberi che in questo periodo sono nel loro massimo splendore : " si, lasciamo che la poesia e i poeti volino tra i loro rami fioriti".
Tu non sai
Tu non sai : ci sono betulle che di notte levano le loro radici,
e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano
o diventano sogni.
Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio
e poi diventa vita.
Te l'ho già detto : i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire

Gustav Klimt "Birch Forest" 1903

lunedì 5 aprile 2010

Trees
di Joyce Kilmer

Alfred Joyce Kilmer, giornalista, critico letterario di fede cattolica e poeta, nasce il 6 Dicembre del 1886 a New Brunswick nel New Jersey. Nel 1908 a 22 anni si sposa con Aline Murray, dalla quale ha cinque figli. Nel 1913 pubblica sulla rivista "Poetry" la poesia "Trees" che lo rende immediatamente popolare in tutta l'America e lo porterà l'anno successivo a pubblicare la raccolta "Trees and Other Poems". Partecipa alla prima guerra mondiale con l'Esercito Americano in qualità di Sergente in Francia dove, vicino il villaggio di Seringes, il 30 Luglio del 1918 a soli trentun'anni viene ucciso trafitto da una pallottola in testa. Pubblichiamo la sua poesia in versione originale e traduzione più il video "Trees" ispirato alla sua poesia, messa in musica da Fred Waring and his Pennsylvanians, e tratto dal film a cartoni animati di Walt Disney del 1948 "Melody time" uscito in Italia col titolo "Lo scrigno delle sette perle", un film a sette episodi, il quinto dei quali è proprio Trees.

I think that I shall never see
A poem lovely as a tree.
A tree whose hungry mouth is prest
Against the earth's sweet flowing breast;
A tree that looks at God all day,
And lifts her leafy arms to pray;
A tree that may in summer wear
A nest of robins in her hair;
Upon whose bosom snow has lain;
Who intimately lives with rain.
Poems are made by fools like me,
But only God can make a tree
.

Penso che non vedrò mai 
una poesia bella come un albero. 
Un albero la cui bocca avida è premuta 
sul  petto fluido e dolce della terra; 
un albero che guarda Dio tutto il giorno, 
e alza le braccia di foglie per pregare; 
un albero che può d'estate portare
 un nido di pettirossi nella chioma; 
sul cui grembo la neve si è posata 
che vive in intimità con la pioggia. 
Le poesie son fatte da sciocchi come me, 
ma solo Dio può fare un albero.

mercoledì 6 gennaio 2010

Gli alberi di noce di Nazim Hikmet
Postiamo due poesie di Nazım Hikmet (1901-1963) poeta turco naturalizzato polacco, dedicate con passione ed amore agli alberi di noce. Hikmet , nato a Salonicco da una famiglia turca, nel 1938 fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk . Scontò 12 anni della sua pena in Anatolia, nel corso dei quali venne colpito da un primo infarto. Dopo il matrimonio, avvenuto dopo la sua liberazione nel 1950, con Münevver Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca a cui dedicò diverse poesie, nel 1960 si sposò per la seconda volta con la giovane Vera Tuljakova. Morì il 3 giugno 1963 a Mosca, dove viveva, in seguito ad una crisi cardiaca, uscendo dalla porta della sua casa al numero 6 della via Pesciànaya.
L’Albero di noce
Schiuma su schiuma, la mia testa è una nuvola
Il mio interno esterno è un mare.
Io sono un albero di noce del parco Gulhane.
nodo su nodo, pezzo su pezzo un vecchio noce
ma né la polizia né tu lo sapete.
Io sono un albero di noce del parco Gulhane.
Le mie foglie brillano di uno scintillio
come un pesce nell’acqua.
Le mie foglie sono immacolate
come un fazzoletto di seta
strappale, o mia rosa, e asciuga
le lacrime dei tuoi occhi.
Le mie foglie sono le mie mani,
esattamente io ho centomila mani
e ti tocco con centomila mani, Istanbul.
Le mie foglie sono i miei occhi, e vedo con meraviglia
e ti guardo con centomila occhi, Istanbul.
Le mie foglie battono,
battono come centomila cuori.
Io sono un albero di noce del parco Gulhane
ma né la polizia né tu lo sapete.

Fiori femminili del noce (Juglans regia)

Storia del noce e di Yunus lo zoppo

Abbiamo qui un amico è del villaggio di Kareak nel Cerkesc. Vi sono cose nascoste in lui come nei grandi libri. Ha interesse per la gente istruita per le notizie della radio e per gli indovinelli. Il suo nome : Yunus. Accende il nostro fuoco e ci porta dell’acqua. Noi parliamo con lui degli alberi e dei giorni. “Verranno con certezza i giorni più belli da vivere”. Intanto nelle nostre chiacchiere c’è la tristezza di un noce tagliato e venduto. Lo conosciamo il suo noce stava nel cortile a sinistra della porta. Yunus aveva sei anni quando è caduto da un ramo del noce per questo ha una gamba zoppa. I buoi amano gli zoppi perché gli zoppi vanno sempre pensando hanno buon cuore perché camminano a rilento i buoi amano gli zoppi. I noci non amano gli zoppi: non possono saltare fino ai frutti non possono arrampicarsi sugli alberi e scuotere i rami i noci non amano gli zoppi. Buffa storia l’amore: quelli che non sono amati non si buttano tutti a fiume necessariamente. Gli uomini sono esseri ingegnosi. Gli uomini sanno amare senza essere amati. Buffa storia l’amore, buffa storia quella del noce e di Yunus lo Zoppo. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre. e quando sopra la strada di Cerkesc l’ora della preghiera del mattino arrivava scintillando i suoi rami si risvegliavano più presto delle donne. Al sole la sua ombra era famosa al vento parlava solo e Yunus tutte le mattine passava sotto i suoi rami. Pensare, per Yunus, non era una cosa sacra né un’infelicità né una felicità. E la morte era per Yunus un villaggio dal quale certo non si ritorna ma sul quale non c’è niente da pensare. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre le radici andavano lontano sotto la terra i rami guardavano Yunus dall’alto era talmente alto e largo che se ti sdraiavi la notte accanto al tronco non vedevi le stelle. Yunus non sapeva perché di giorno le stelle si spengono e nemmeno che la terra è tonda e gira attorno al sole. Di tutto questo siamo stati noi a parlarne e lui non è rimasto a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre non si poteva abbracciarne il tronco tenendosi per mano in tre e Yunus tutte le mattine passava sotto i suoi rami.
Dei musulmani della Cina , dei rinoceronti col corno sul naso, dei microbi che vivono
in una goccia a migliaia
Yunus non aveva idea. Il giorno che lo imparò da noi non restò a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre, al sole la sua ombra era famosa al vento, parlava solo, le foglie restavano verdi fino a novembre.
Un giorno mentre Yunus accendeva il fuoco e ci dava l’acqua gli abbiamo detto: “Siamo i tuoi servitori, Yunus,tu sei il padrone”.
Fu allora che Yunus restò a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre al vento parlava solo era talmente alto e largo che non si poteva abbracciare dandosi la mano in tre. Se ti sdraiavi la notte accanto al tronco non vedevi le stelle la notte scorreva su lui come l’acqua le radici andavano lontano sotto la terra i rami guardavano Yunus dall’alto. “E’ pesante il lavoro al villaggio, sicuro e il corpo, te lo schiaccia. Siediti per terra e guarda da tutte le parti : chi sa in quale tana la sciagura è in agguato ti colpirà certamente, sfuggire è impossibile…” La sciagura ha colpito Yunus. “In questo mondo non abbiamo vissuto ce ne andiamo come siamo venuti. Istanbul è bellissima, m’han detto il Destino non mi ha permesso di vederla ma chi sa perché trenta case su sessanta non hanno pecore…” Yunus non aveva pecore. “La pietra che lanci non colpisce l’uccello che vuoi. Il mondo ormai va in treno. Il mondo non s’appoggia più tra le corna di un bue. Ma il bue per noi è mani e piedi è duro vendere il bue e morire a metà, senza il bue sei capace di tutto…” Il bue di Yunus fu venduto. “La fine delle strade per certo è vicina tutto quello che succede oggi è al di là della ragione. La terra è un pezzo di sapone: scivola tra le mani. Ogni creatura ha casa in qualche posto il lupo non ha casa in nessun posto quando la terra ti scivola dalle mani diventi un lupo…” La terra di Yunus gli è scivolata dalle mani. Lasciava cadere le noci in settembre le foglie restavano verdi fino a novembre al sole la sua ombra era famosa era alto e largo quanto voleva. Yunus pensa a lui di continuo più affonda e più se ne ricorda le sue radici eran lontano sotto la terra non domandava niente non esigeva niente parlava al vento tutto solo. La solitudine ha messo a terra Yunus il suo sudore è colato sulla terra di altri per paura che il suo noce sparisse di notte lo vegliava fino all’alba senza dormire. Le sue radici andavano lontano sotto la terra i suoi rami guardavano dall’alto Yunus. Di un bel noce si fanno delle mensole che si può fare di Yunus lo Zoppo? Vengono i grandi freddi, riparati se puoi del noce si fanno mensole non potrai resistere
vendi il noce, Yunus. I galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus, peggio per te. Nei grandi freddi i lupi sono affamati del noce si fanno mensole. La ragione entra con ritardo nella testa di un turco vendi il tuo noce, Yunus. I galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus peggio per te. Per il lupo senza capanna era una capanna del noce si fanno mensole era mezzo albero mezzo uomo vendi il tuo noce Yunus. Come un morto tutto nudo è steso sulla neve del noce si fanno mensole gli tagliarono braccia e rami vendi il tuo noce Yunus, i galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus peggio per te. “Il mattino appartiene a qualcuno il sole non resta sempre dietro le nuvole, i giorni più belli da vivere con certezza verranno…” Intanto nelle nostre chiacchiere c’è la tristezza
Di un noce tagliato e venduto.

venerdì 13 marzo 2009

Due storie sotto gli olmi
Dedichiamo all'olmo, albero nobile, saggio e forte due storie che lo riguardano :
1. La prima comprende le due famose poesie tratte da
Antologia di Spoon River
di

Edgar Lee Masters

Samuel Gardner

Io che curavo la serra,
amavo alberi e fiori,
da vivo guardai spesso quest’olmo ombroso,
ne misurai con l’occhio i rami generosi,
e ascoltai le foglie festose
carezzarsi amorosamente con dolci sussurri eolii.
E potevano ben farlo:
perché le radici si erano fatte così larghe e profonde
che il suolo della collina, arricchito dalla pioggia
e scaldato dal sole,
nulla tratteneva delle sue virtù,
ma tutte le cedeva alle vigorose radici,
dalle quali erano succhiate e fatte turbinare nel
tronco
e poi nei rami, e nelle foglie,
da cui la brezza traeva vita e cantava.
Ora io, abitatore sotterraneo della terra, vedo
che i rami di un albero
non sono più ampi delle radici.
E come potrebbe l’anima d’un uomo
essere più grande della vita che ha vissuto?


I who kept the greenhouse,
Lover of trees and flowers,
Oft in life saw this umbrageous elm,
Measuring its generous branches with my eye,
And listened to its rejoicing leaves
Lovingly patting each other
With sweet æolian whispers.
And well they might:
For the roots had grown so wide and deep
That the soil of the hill could not withhold
Aught of its virtue, enriched by rain,
And warmed by the sun;
But yielded it all to the thrifty roots,
Through which it was drawn and whirled to the trunk,
And thence to the branches, and into the leaves,
Wherefrom the breeze took life and sang.
Now I, an under-tenant of the earth, can see
That the branches of a tree
Spread no wider than its roots.
And how shall the soul of a man
Be larger than the life he has lived?

 Dow Kritt

Samuel non fa che parlare del suo olmo
- ma io non ho avuto bisogno di morire per intendermi di radici:
io, che ho scavato tutti i fossi di Spoon River.
Guardate il mio olmo!
Nato da un seme buono quanto il suo, seminato insieme al suo,
sta morendo sulla cima:non per mancanza di vita, o funghi,
o insetti parassiti, come crede il becchino.
Guarda, Samuel, lì le radici hanno urtato la roccia,
e non possono più espandersi.
E intanto la cima dell’albero si sta seccando, e muore
mentre tenta di crescere.

Samuel is forever talking of his elm
--But I did not need to die to learn about roots :
I, who dug all the ditches about Sppon River.
Look at my elm!
Sprung from as good a seed as his, sown at the same time,
It is dying at the top:Not from lack of life, nor fungus,
Nor destroying insect, as the sexton thinks.
Look, Samuel, where the roots have struck rock,
And can no further spread.
And all the while the top of the tree Is tiring itself out, and dying,
Trying to grow.

2. La seconda è il trailer del film "Desire under the elms" trasposizione cinematografica del testo teatrale del commediografo americano Eugene O'Neill.

Un uomo anziano (Cabot) che ha passato tutta la sua vita a dissodare dalle pietre un terreno arido e inospitale (una terra dove non ci sono che pietre, pietre sopra pietre, muri di pietra… abbiamo faticato, abbiamo consumato le nostre braccia, i nostri anni. Sotto la terra li abbiamo seppelliti perché marcissero e andassero a ingrossare il raccolto) , i suoi tre figli : Simon, Peter e il più giovane Eben, e una donna , la giovane sposa di Cabot, bella e sensuale (Abbie) che scivola in una tormentata storia d’amore e di passione con il bellissimo Eben. Questi gli ingredienti di un film in bianco e nero del 1958 che vede un giovanissimo e magrissimo Antony Perkins e una prorompente Sofia Loren ambientato e sviluppato sotto l'ombra di maestosi olmi americani.





martedì 20 gennaio 2009

Il bosco dei poeti
Alberto Casiraghy
Il Bosco dei poeti è un bosco di faggi secolari dove è possibile camminare nel silenzio e leggere i versi di centinaia di poeti italiani e stranieri. Percorrendo i sentieri si può trovare a ogni metro una poesia, alcune scritte a mano, tutte create appositamente per il Bosco. Nasce nel 2003 dalla fantastica creatività di Lorenzo Menguzzato che trasforma la tenuta agricola della sua famiglia in un luogo dedicato alla cultura e alla riflessione guidata dagli alberi. Queste le sue parole : "il mio sogno è sempre stato quello di coniugare la bellezza della natura con la cultura. Nessuno è indifferente alle suggestioni di un bosco. E i poeti che hanno accettato di essere presenti con le loro opere, hanno saputo raccontare in versi l'emozione del verde, della natura, degli alberi :leggere versi qui in mezzo al bosco, è un'esperienza indescrivibile". Il Bosco dei Poeti si trova al km 318 della Statale del Brennero tra Trento e Verona vicino al paese di Dolcè, sulla sinistra del fiume Adige e comprende 130 ettari di bosco, 12 chilometri di comodi sentieri con 700 opere di 260 Artisti.
I nostri alberi non settentrionali
hanno foglie leggere e molto fitte,
vibranti nel dettaglio e pronte a rilevare
il loro lato argenteo, segreto,
solo sfiorante da un qualsiasi vento.
Senza peso sul ramo, ma ornamento,
sono le prime a muoversi, le ultime a star ferme
in quella oscillazione che acconsente
forte all’inizio e poi quasi incosciente.
(Patrizia Cavalli- "I nostri" )

Questa sua poesia dedicata agli alberi è presente nel "Bosco dei Poeti"

giovedì 30 ottobre 2008

Gli alberi di Dylan Thomas

Dylan Thomas (1914 - 1953)
Non essendo che uomini
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spaventati, lasciando le nostre sillabe soffici
per paura di svegliare le cornacchie, per paura di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di grida.
Se noi fossimo stati dei bambini, 
avremmo potuto arrampicarci,
catturare le cornacchie nel sonno , 
senza spezzare un rametto,
e, dopo l'agile ascesa, 
cacciar fuori la testa al disopra dei rami
per meravigliarci delle infallibili stelle.
E' dalla confusione, come al solito,
e dalla meraviglia che l'uomo conosce
e dal caos che dovrebbe giungere la felicità.
Che, poi, è ciò che chiamiamo grazia,
bambini che si meravigliano guardando le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.


Being but men
by Dylan Thomas
1932
Being but men, we walked into the trees
Afraid, letting our syllables be soft
For fear of waking the rooks,
For fear of coming
Noiselessly into a world of wings and cries.
If we were children we might climb,
Catch the rooks sleeping, and break no twig,
And, afert the soft ascent,
Thrust out our heads above the branches
To wonder at the unfailing stars.
Out of confusion, as the way is,
And the wonder, that man knows,
Out of the chaos would come bliss.
That, then, is loveliness, we said,
Children in wonder watching the stars,
Is the aim and the end.
Being but men, we walked into the trees.

venerdì 26 settembre 2008

The two trees.



William Butler Yeats (1865-1939)
Un poeta, una poesia, due alberi, 
una cantante, una canzone.
Il video:
Loreena Mckennit The two Trees

The two Trees
Beloved, gaze in thine own heart,
The holy tree is growing there;
From joy the holy branches start,
And all the trembling flowers they bear.
The changing colours of its fruit
Have dowered the stars with merry light;
The surety of its hidden root
Has planted quiet in the night;
The shaking of its leafy head
Has given the waves their melody,
And made my lips and music wed,
Murmuring a wizard song for thee.
There the Loves a circle go,
The flaming circle of our days,
Gyring, spiring to and fro
In those great ignorant leafy ways;
Remembering all that shaken hair
And how the wingèd sandals dart,
Thine eyes grow full of tender care:
Beloved, gaze in thine own heart.
Gaze no more in the bitter glass
The demons, with their subtle guile,
Lift up before us when they pass,
Or only gaze a little while;
For there a fatal image grows
That the stormy night receives,
Roots half hidden under snows,
Broken boughs and blackened leaves.
For all things turn to barrenness
In the dim glass the demons hold,
The glass of outer weariness,
Made when God slept in times of old.
There, through the broken branches, go
The ravens of unresting thought;
Flying, crying, to and fro,
Cruel claw and hungry throat,
Or else they stand and sniff the wind,
And shake their ragged wings; alas!
Thy tender eyes grow all unkind:
Gaze no more in the bitter glass.
 

I Due Alberi
Adorato, fissa lo sguardo nel tuo proprio cuore,
L 'albero santo sta crescendo là
Originano dalla gioia i sacri rami,
E i tremuli fiori tutti che ne vengono
I cangianti colori del suo frutto
Han dotato le stelle d'un'armonica luce
La certezza della sua occulta radice
Ha impiantato quiete nella notte
L'agitarsi della sua chioma frondosa
Ha donato alle onde melodia
E sposato le mie labbra con la musica
Per te mormorando una canzone di mago
Là i figli di Giove compongono un cerchio
L'ardente cerchio dei giorni che ci appartengono
Rotando, ergendosi su e giù
In quelle grandi vie frondose inconsapevoli
Ricordando la chioma tutta scossa
E degli alati sandali il guizzare
I tuoi occhi crescono pieni di tenera cura
Adorato, fissa lo sguardo nel tuo proprio cuore.
 
Non volger più l'occhio nello specchio amaro
Che i demoni, con la loro astuzia sottile
Innalzano di fronte a noi quando essi passano
O solamente per poco tempo fissalo
Giacché vi cresce un'immagine fatale
Che la notte tempestosa accoglie in sé,
E radici mezzo nascoste dalle nevi
E rami rotti ed annerite foglie.
Poiché cose malate portano a sterilità
Nel fioco specchio che recano i demoni
Specchio della stanchezza esteriore
Fatto allorché Dio dormì nei tempi antichi
 
Là, attraverso i rami rotti, vanno 
I corvi del pensiero senza riposo 
Volando, gridando, su e giù
Artiglio crudele e famelica gola
Oppur si fermano ed annusano il vento
E scuotono le logore ali; ahimè!
I tuoi occhi gentili divengono del tutto scortesi
 
Non volger più l'occhio nello specchio amaro.
Loreena McKennitt




giovedì 1 marzo 2007

Sapete che gli alberi parlano?

Ancora un altro piccolo testo introduttivo per questo spazio dedicato agli alberi, alla loro cura e rispetto e al loro riconoscimento. Una testo famoso e più volte citato ( e citarlo di nuovo non guasta) del capo indiano Tatanga Mani  chiamato anche Walking Buffalo.


Sapete che gli alberi parlano?
Eppure è così, gli alberi parlano.
Si Parlano tra loro e parleranno
anche a voi se li ascolterete.
Il problema è che i visi pallidi
non ascoltano.Non hanno mai imparato
ad ascoltare gli indiani, e dubito
che sappiano ascoltare le altre voci
della natura.
Eppure gli alberi mi hanno
insegnato, moltissime cose, sul tempo,
sugli animali e anche sul "Grande Spirito".

Come fare per imparare ad ascoltare gli alberi e sentire la loro saggezza? Il primo passo è rendersi conto che ci sono. Dedichiamo alcuni momenti delle nostre giornate veloci e indaffarate (mentre camminiamo, siamo in macchina, in autobus, nei pressi di una finestra) per osservarli. Lasciamo per un attimo i nostri pensieri alziamo gli occhi in alto e guardiamoli. Giorno dopo giorno scopriremo sempre nuovi particolari e nuovi amici mutevoli e viventi entreranno a far parte della nostra vita.
Sapete che gli alberi parlano? Gli Amici degli alberi lo sanno.